Contenuti Speciali

Saga Mar dei Caraibi

Visita sulla nave nera

Kathleen McGregor incontra i suoi corsari

L’ Old JohnMcArthur’s è uno dei ritrovi preferiti dei peggiori farabutti di Port Royal, lo sapevo bene quando mi è stato indicato come luogo d’incontro, ma esservi seduta a un tavolo, per quanto appartato e in ombra, ed essere avvolta dall’odore del fumo, di alcool, di cibo, di cuoio e di almeno trenta individui lerci, è un’esperienza che mozza letteralmente il respiro.
La cameriera scollacciata mi ha degnata appena di uno sguardo incuriosito quando ho ordinato del rum. Sono astemia, ma chiedere acqua in un posto del genere equivale ad attirarsi addosso la malasorte. L’ultima cosa che voglio è destare interesse, anche perché non riuscirei a far sparare questa vecchia pistola che porto alla cinta neanche per salvarmi la vita.
Sono sicura che l’ora concordata è passata da un pezzo, la taverna si sta riempiendo, gli animi si stanno scaldando, e le occhiate che sento piovermi addosso stanno aumentando in modo allarmante. Comincio a sentirmi in ansia quando intercetto uno sguardo iniettato di sangue fin troppo eloquente. Questo succede quando devi fare affidamento su un informatore anonimo. Tiro fuori dalle tasche dei vecchi calzoni che indosso il biglietto che mi è stato recapitato questa mattina, vergato con inchiostro annacquato: OJMcArthur’s al tramonto.
Il tramonto è passato da un pezzo. Fuori è già buio pesto. Non so se sentirmi più irritata o preoccupata. Un’ombra che si staglia sul mio tavolo mi fa trasalire, e una fila di denti marci atteggiata a sorriso mi fa letteralmente accapponare la pelle.
“Ehi, cosa abbiamo qui?”
Mi si rizzano i capelli sulla nuca, mentre fisso l’orrendo figuro che scosta la sedia di fronte a me con l’intenzione di sedersi. Tempo di togliere le tende, e in fretta! Faccio per alzarmi, quando il suono di una voce venata d’acciaio mi paralizza.
“La signora è già occupata.” La riconosco! Grazie a Dio!
Comincio a tremare, di sollievo penso, ma potrebbe trattarsi benissimo di isteria. Aspetto paziente che McFee si liberi di quell’individuo, augurandomi vivamente che non faccia saltar fuori coltelli. Deve avermi letto in faccia, o più probabilmente deve essere di buon umore, perché l’uomo si allontana tutto d’un pezzo, borbottando qualche oscenità che preferisco ignorare.
“Sei in ritardo!” non riesco a trattenermi, né a trattenere la nota di rimprovero. Probabilmente sono più isterica di quanto penso.
McFee mi scruta, gli occhi che scintillano come argento fuso. Accenna a un inchino beffardo.
“Spero che non soffriate il mal di mare, signora McGregor. Sta arrivando una tempesta.”
Anche un mare forza dieci, piuttosto che restare un altro istante in questo posto!
Balzo in piedi, più che pronta a seguirlo, e intercetto un mezzo sorriso che mi fa accelerare il cuore.
Lo precedo all’esterno, riempiendomi i polmoni di boccate d’aria pulita. Lo sento alle mie spalle. Più che sentirlo, avverto la sua presenza, perché si muove più silenzioso di un gatto.
Non ha fretta. Aspetta con apparente curiosità di vedere cosa farò. Probabilmente si aspetta che giri sui tacchi e cambi idea. La cosa mi alletta, invece mi volto ad affrontarlo.
“Da che parte?”
Il mezzo sorriso si allarga, mi valuta con lo sguardo, e per la prima volta so cosa vuol dire essere divorata cogli occhi. Ricaccio l’inquietudine, e lo ricambio con un’occhiata decisamente più fredda, ma che spero gli faccia uscire di testa certi argomenti.
Non è etico sedurre la propria autrice, o no?
“La scialuppa è a poca distanza da qui.” Soffoca una risatina. Si avvia, e io lo affianco, per il momento tranquillizzata. Camminiamo per un poco, attraversiamo alcuni vicoli deserti, poi il molo, dove svettano contro il cielo gli alberi di alcuni vascelli.
Mi soffermo a guardarli.
Dal largo soffia un vento freddo che spazza la banchina sgombra con forza, riempiendo l’aria di umidità e dell’odore intenso della tempesta in arrivo.
La scialuppa è legata a una bitta. C’è un marinaio in attesa nell’ombra, che si alza da terra quando ci vede. Prima che possa decidere in che modo scendere dal molo sulla barca in movimento senza finire in acqua, McFee mi circonda la vita con un braccio, mi solleva e salta giù, strappandomi tutta l’aria dai polmoni. Mi fa sedere, ignorando molto galantemente lo strillo spaccatimpani che mi deve essere sfuggito, e fa cenno al marinaio di mollare la cima.
Afferra i remi e inizia a remare. E’ seduto di fronte a me e, contrariamente a quello che mi aspettavo, siamo solo io e lui. C’è buio, non riesco a distinguere i suoi lineamenti, eppure mi sento il suo sguardo addosso, e percepisco anche il suo sorriso. Be’, mi dico, tanto vale approfittarne.
Mi schiarisco leggermente la voce, ma lui mi previene.
“Mi spiace per il ritardo.” Mi dice, riuscendo immediatamente a insinuarmi un senso di soddisfazione, dopotutto, penso, non l’ho creato così rozzo. “Ho dovuto ripulirmi, e non è stata una cosa veloce.”
“Ripulirti?” ripeto presa in contropiede. 
“Dal sangue.”
Quasi mi strozzo col mio stesso respiro. Quando riesco a smettere di tossire, mi sembra di aver inghiottito una cucchiaiata di sabbia. Con le lacrime agli occhi, rinuncio a parlare.
“Tutto bene?” si sta divertendo come un matto.
Faccio di sì con la testa, fregandomene se mi può vedere o meno, e lui scoppia a ridere.

Dopo un tempo che sembra infinito passato a cavalcare onde crestate di schiuma, la scialuppa si arresta, cozzando bruscamente contro una superficie verticale. Mi guardo intorno, batto le palpebre, alzo gli occhi afferrandomi saldamente alla barca per non perdere l’equilibrio, e questa volta smetto davvero di respirare. E’ enorme… più grande di quanto me la fossi immaginata, più imponente e inquietante di quanto l’avessi descritta.
La Golden Lady svetta su di me fino ad altezze inimmaginabili, fondendosi con la notte, come un fantasma. E’ la cosa più sensazionale, più eccitante, più bella che abbia mai visto.
Se mi fosse rimasto un filo di voce starei sciogliendomi in esclamazioni.
Viene calata una scaletta di corda, che sbatte contro la carena e dondola al ritmo della marea. Il mio entusiasmo scema di colpo, rimpiazzato da un senso di allarme. Non si aspetteranno che mi arrampichi fin sul ponte su quella? Al solo pensiero mi sento girare la testa, una mano mi afferra saldamente per un braccio per impedire una misera conclusione.
“Qualcosa non va?” il tono, quanto meno serio, mi restituisce un briciolo di orgoglio. Faccio di no con la testa, poi ci ripenso, gracchio un flebile sì. Indico il punto invisibile, in alto, dove la scaletta dovrebbe iniziare. “Non arriverò mai lassù!”
Senza sprecare un solo istante in inutili tentativi di convincermi del contrario, McFee grida di calare il sedile. Sento l’eco di qualche risatina sommessa, e avvampo di vergogna.
D’accordo, che l’abbia scritto non vuol dire che debba per forza sperimentarlo, mi dico infastidita.
Il sedile è ancora peggio della scaletta, ma mi sigillo le labbra mordendole a sangue per non lasciarmi scappare neanche un lamento, mentre mi issano a veloci strattoni facendomi dondolare nel vuoto. Quando infine arrivo al parapetto, sono rigida come un pezzo di legno. Due braccia mi sollevano e mi trasportano attraverso il ponte senza che riesca neppure a protestare. Nel buio intravedo appena le sagome degli uomini… sembrano tutti riuniti sul ponte per l’occasione.
Riconosco una voce, mi volto ma non distinguo le facce. “Quello era Sharky!” esclamo a bassa voce.
“Sì signora, e ci sono anche Paul, Angus, e tutti gli altri.”
Sotto il cassero si ferma e mi rimette giù. Percepisco immediatamente il movimento del ponte sotto i piedi, mi fermo ad assimilarlo, insieme al vento salmastro e al rumore del mare che sale dalla linea di galleggiamento e che sembra avvolgere l’intera nave. Il fasciame s’inclina ad ogni rollio con sommessi cigolii e scricchiolii, dando l’impressione di essere un animale vivo.
Mi sale un sorriso alle labbra, e per un momento cerco un uguale entusiasmo negli occhi ammiccanti di John. So che può capirmi, probabilmente è per questo che si mostra più paziente di quanto mi aspettassi. Quando gli faccio cenno che sono pronta, si abbassa ed apre il boccaporto che porta sottocoperta. Il chiarore delle lampade ad olio illumina il ponte inferiore, dove si intravedono i cannoni, e le amache che dondolano appese al soffitto. Mi fa strada verso le uniche cabine, quelle degli ufficiali. Riconosco l’odore, l’atmosfera cupa, il movimento dell’intera struttura. Persa nella contemplazione di tutto quello che ho descritto, mi accorgo a malapena di essere sospinta oltre la soglia dell’alloggio di O’Rourke, e mi blocco di colpo, quando questi si volta di scatto, con un’espressione tutt’altro che felice.
“Ce ne hai messo del tempo” ringhia avvicinandosi. Io faccio di riflesso un passo indietro pestando i piedi a McFee.
“Ahi! Ho avuto un contrattempo” replica John scostandosi con una smorfia, noncurante dell’occhiata feroce di O’Rourke. Da un angolo qualcun altro si alza, attirando la mia attenzione, e mi sfugge un sospiro mentre Avery si avvicina con un sorriso canzonatorio stampato sul volto. Ecco il mio unico civile tra i barbari, anche se… in quanto ad aspetto…
“Sei riuscito a portarla intera, almeno” commenta, strizzandomi l’unico occhio.
O’Rourke contrae la mascella, riportando l’attenzione su di me. Mi ero ripromessa di non farmi intimidire, ma non è semplice di fronte al suo aspetto tenebroso e al suo sguardo nero come il carbone. Mi squadra dalla testa alla punta dei piedi, facendomi aggrovigliare le viscere. Si aggronda, e non riesco a fare a meno di guardarmi per capire cosa non trova di suo gradimento.
“Non noto alcuna somiglianza.”
“Prego?” rimango di sasso.
Fa un gesto sbrigativo con la mano, poi si allontana per versarsi da bere, spezzando la tensione che mi tiene inchiodata al pavimento. “Non vi assomigliate per niente, tu e Kate.”
“Oh” sono spiazzata. McFee almeno mi ha dato del voi, mi volto a guardarlo e devo dargli merito: cerca di nascondere l’ilarità. “Però è carina, dai.”
Che generoso! penso fulminandolo con gli occhi.
Avery mi osserva divertito.
“Non perdiamo tempo” sbotta spazientito O’Rourke, dopo aver ingollato il suo whisky.
Avery mi indica una sedia. Aspettano che mi sia seduta, prima di prendere posto attorno al tavolo a loro volta. John si porta la caraffa del whisky. Walter si appoggia allo schienale, accavalla le gambe e si mette a rigirare un sigaro bruno tra le dita.
Mi fermo a guardarli, uno dopo l’altro, e vengo invasa da un sentimento di orgoglio e di ammirazione. Sono formidabili. Mi fissano, aspettando che tiri fuori dalla mia borsa carta e penna, mentre invece vorrei poter essere tanto brava da immortalarli in un dipinto. Certo, dovrei prima riuscire a farli star fermi!
O’Rourke solleva un sopracciglio. Mi sfugge un ampio sorriso e mi accorgo di averlo disorientato. John si gratta una guancia, Avery si guarda lo stivale. Mi viene da ridacchiare, sono forse riuscita a metterli a disagio?
“Passabile.” borbotta O’Rourke.
“Che cosa?” esclamo indignata. Al diavolo, non sono qui per essere paragonata a Corinna! Ho anch’io il mio orgoglio, sapete? Afferro la borsa e comincio a trafficare con i fogli, la pistola rischia di scivolarmi per terra. Del resto è colpa mia, se la pietra di paragone è troppo elevata per le comuni mortali come me.
“Sì, con un po’ più di volume qui e là…” commenta John, sorseggiando il suo whisky.
“Non ho ancora pubblicato la tua storia, McFee, vedi di non sfidare la sorte.”
Il whisky gli va di traverso, e questa volta sono io a lanciargli un’occhiata compiaciuta mentre tossisce e sputa imprecando. Mi accorgo che anche O’Rourke sta sorridendo.
“Comincio a notare un certo tipo di somiglianza” fa notare Avery. Poi allunga una mano e mi fa un cenno. “Qua, datemi quella pistola.”
Mi stringo nelle spalle e gliela passo. “Basta che dopo me la ridiate. E’ un pezzo d’antiquariato che vale un sacco di soldi.”
“Questo misero arnese?” la rigira tra le mani con una smorfia, la punta. “Ha la canna storta.”
“Come se sapesse usarla.” mormora McFee con voce rauca, mentre mi scocca un’occhiata assassina.
O’Rourke mi mette un bicchiere davanti e me lo riempie di whisky.
Mi schiarisco la gola. “Ehm… io veramente sono ast…” oh d’accordo, che diamine, non ho bisogno di farmi deridere ulteriormente. “Ma sì, che sarà mai un sorso di whisky”
Un momento dopo sono tutti e tre in piedi a battermi sulla schiena, mentre tossisco l’anima piegata in due.
Il bicchiere scompare. “Vediamo di non farla schiattare, eh” sbotta McFee “Non so voi ma io ho un conto in sospeso da regolare”
Se non stessi quasi soffocando scoppierei a ridere. D’accordo, mettiamo fine ai convenevoli. Sono qui per un motivo ben preciso, quindi diamoci da fare, prima che si scateni l’inferno là fuori, e che, Dio non voglia, mi ritrovi a vomitare (giusto quello mi manca stanotte). Riprendo i miei fogli, mentre loro, con calma, tornano a sedersi.
“Cominciamo?”
Le espressioni mi dicono che non sarà facile farli parlare. L’unico che sorride alla prospettiva di essere intervistato è McFee, il che è piuttosto inquietante…

KATE “Cosa vorreste per lui?”
DORIAN “Che non dovesse mai svegliarsi un giorno e non trovarmi al suo fianco.”
WALTER “Hai sempre avuto paura di non esserci…”
KATE “E tu Walt? Di cosa hai paura?”
WALTER “L’unica ad essere mai riuscita a farmi fuggire a gambe levate è stata una donna.”
(ridacchia insieme a McFee)
JOHN “Era così racchia?”
WALTER (alza le spalle) “Non lo so. Non l’ho mai vista.”
DORIAN “Stai scherzando?”
KATE “Sei fuggito da una donna che non avevi mai visto? Non hai mai pensato che avrebbe potuto essere bella…”
WALTER “Non mi sono mancate le belle donne.”
KATE “O che avresti potuto innamorartene.”
WALTER (solleva un sopracciglio) “E mandare all’aria i vostri piani?”
KATE (lo adoro, perché non sono tutti come lui?) “Giusto.”
(McFee mugugna qualcosa)
KATE “E tu dovresti seguire l’esempio.”
JOHN (mi punta un dito contro) “Signora, voi mi avete fatto passare l’inferno.”
(Avery e O’Rourke ridono)
JOHN (li fulmina cogli occhi) “Vorrei vedere voi a dovervi tuffare in una cloaca.”
(questo è proprio interessante. Ha rischiato di andare all’altro mondo non so quante volte, e lui si lega al dito quella bazzecola, gli uomini…)
KATE “Ho giusto qualche domanda anche per te. Eccole qui, me le ero segnate. C’è una lettrice che vuole sapere se hai mai guardato un tramonto.”
(Silenzio)
JOHN “Che razza di domanda è?”
WALTER “Non è in quel senso.” (suggerisce divertito, si piega verso di lui con fare cospiratorio) “Devi interpretare, John.”
JOHN “Non mi sono mai interessati i tramonti. Ma ho assistito a molte albe. Le preferisco, portano l’azione. E’ come guardare una donna che si sveglia, e sapere che in pochi istanti ti immergerai dentro di lei.”
KATE (woa)
JOHN (si china verso Avery) “Ho interpretato bene?”
KATE “Sì, penso tu abbia reso l’idea. Andiamo avanti. Oltre agli occhi chiari, cosa hai ereditato da tuo padre?”
JOHN “Un marchio a fuoco.”
KATE (da come mi guarda meglio non indagare più a fondo) “E ti senti più indiano o più europeo?”
JOHN “Il mio istinto è indiano. E se devo scegliere tra istinto e ragione, preferisco affidarmi al primo.”
KATE “Perché i coltelli e non le armi da fuoco?”
JOHN (enumera sulle dita con una smorfia beffarda) “Non devo caricarli, non si inceppano, funzionano sempre, sono silenziosi…”
WALTER “Appagano la tua natura sanguinaria…”
DORIAN “Ci puoi giocare…”
KATE (alzo le mani) “D’accordo d’accordo, per una svariata serie di motivi, tutti ottimamente validi.” (sospiro, controllo gli appunti) “C’è un’ultima domanda.”(ho davvero intenzione di fargliela? Devo essere ammattita)“Cosa ti attira in una donna?”
JOHN (gli brillano gli occhi) “Le verginelle sono sempre un bocconcino irresistibile…”
KATE (me la sono voluta) “Sì mi immagino…”
JOHN “E poi mi ricordano per tutta la vita.”
KATE “Mi immagino anche questo!”
JOHN (ride)
Scuoto la testa, ripiego gli appunti. Qualcuno direbbe che è solo colpa mia.“Perché non mi riempite un po’ quel bicchiere?”
Ne ho proprio bisogno.


Gli O’Rourke

Non solo protagonisti del primo romanzo, Dorian O’Rourke e Corinna continuano a ricoprire un ruolo fondamentale in ogni storia narrata dalla Saga, che si snoda in un periodo che va dal 1662 al 1674.

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